TESTI D'ARCHITETTURA
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Ettore Sottsass. Scritti.
Neri Pozza Editore







 



Ettore Sottsass. Scritti.
Neri Pozza Editore
Vicenza, 2002, 583 pagine.

di Vittorio Sanna

Il libro edito dalla Neri Pozza raccoglie gli scritti
di Ettore Sottsass dai suoi primi articoli
dell’immediato dopo guerra agli anni Novanta.
E’ un libro a più livelli di lettura. Può essere letto
come un’autobiografia o come un’insieme di pensieri.
Gli “Scritti” ripercorrono, con uno stile secco e
spesso commuovente, la vicenda di una vita,
scandita dai ricordi: dall’infanzia all’esperienza
militare in Montenegro e il carcere a Sarajevo;
dai viaggi in India ai soggiorni in Giappone;
dall’esperienza dell’ospedale a Palo Alto all’amicizia
con Allen Ginsberg; dall’avventura di Memphis al
legame con Francesco Clemente; dai falegnami
della Brianza al lavoro con Roberto Olivetti.
Il tutto descritto in modo semplice e volutamente
ingenuo.
Ciò che promuovono questi scritti è la necessità
di riportare il dibattito architettonico e di produzione
artistica ad un livello antropocentrico. L’uomo,
nelle sue connaturate manifestazioni di animale
pensante, è il fine del progetto, e mai un suo
pretesto. Sorprende da subito l’attenzione prestata
a fenomeni che le scienze cognitive non
comprendono, come la mistica e la magia. L’opera
produttiva dell’uomo è spesso aggettivata con la
parola “magico”. Lo slittamento del pensiero sul
prodotto industriale verso un terreno così vago
come la magia, è la proposta sfacciata del
controdesign, che riesuma il “sostrato magico”
degli oggetti primitivi al fine di educare ad una
nuova produzione di massa. Il design di Sottsass
si propone “di imprigionare […] tutti gli uomini in
un’atmosfera favolosa, in un’aria di vera e propria
cerimonia magica”. Così anche “l’architettura è
rito magico” , dove la magia è un “tipo di scienza
[…] un modo per controllare le forze naturali” ed
assieme la proprietà dell’uomo libero. Il disegno
dell’oggetto così come di un’architettura, deve
porre le sue radici in un tempo primordiale,
liberandosi di millenni di retaggi culturali. Deve
partire “dai tempi delle glaciazioni” per disegnare
“pochi oggetti silenziosi, buoni soltanto per gesti
reali, oggetti sacri” .
Una ricerca radicale dello stadio “pre-utilistico”
dell’oggetto d’arte, può essere usato per dare
dignità nuova a chi lo utilizza. La sedia, il tavolo,
gli oggetti di uso comune che l’architetto progetta,
nascono da un’attenzione al lato metafisico e
pre-storico del mondo. E il loro progettista è
gravato di continuo dalla responsabilità di non
sottrarre l’architettura all’antico destino del segno
metafisico della presenza umana, alla storia come
commozione collettiva. Egli deve tornare non solo
alle origini della storia dell’uomo e della terra, ma
anche alla sua propria. Deve poter esprimersi
con l’ingenuità di un fanciullo.
E’ chiarissimo, negli scritti, una costruttiva
nostalgia per un tempo perduto. Un tempo nel
quale l’uomo aveva cura dei suoi oggetti ed
adorava la natura. Un tempo di fanciullo in armonia
con il cosmo. “Mi piacerebbe pensare che l’antico
stato felice che ho conosciuto si possa in qualche
modo ritrovare” . L’età adulta del singolo uomo,
che sembra incarnare l’uomo nella storia,
rappresenta questa frattura da rimarginare.
Il processo di riacquisizione di uno stadio beato
della storia può partire dal design e dalla volontà
comune a vivere con creatività ed ingenuità.
Non è difficile ora inquadrare il pensiero del nostro
in un’ottica utopistica. Design, politica e città
sono i risultati di una società, e questa è tanto più
progredita quanto meno l’imperativo di profitto
economico dirige le sue manifestazioni. L’uomo
che produce arte è un uomo libero. Come scrive
Demetrio Paparoni nell’introduzione, “si potrebbe
dire che – Sottsass – aspira a una forma [politica]
di equilibrio anarchico dove tutti si accettano e
sostengono vicendevolmente”.

Da questi presupposti nasce il progetto di Sottsass.
Utopia, magia, creatività e produzione.
E’ interessante notare quanto il concetto di
produzione di Sottsass abbia una matrice, se
pur nel suo linguaggio anti-intellettualista,
heideggeriana. L’origine della tecnica infatti è per
entrambi la caratteristica che connota l’uomo
nel mondo. E’ aver cura e pro-durre. L’arte è una
“produzione”, un “potare fuori” poetico. Questo è
il design di un oggetto. Sino a quando la parola
produzione rimarrà nei limiti dell’arte, l’uomo potrà
ritenersi consustanziale ai suoi “antichi” antenati.
Altrimenti, ovvero quando la tecnica non sarà più
a servizio dell’uomo ma viceversa, e quando il
pensiero etico verrà tagliato fuori dal gioco di
mercato, il mondo magico, il rito, l’infanzia e la
natura verranno cancellati.
E’ presente in tutto il libro, come un’ombra
inquietante, la “minaccia della struttura”, che
oscura la comunione con il cosmo. Questa
minaccia ha il volto dell’imperativo del profitto.
Dove la forma è determinata dalla struttura e
dove il prodotto è il risultato di un’operazione
di marqueting, si perde la pratica “mistica” della
progettazione. “Ma proprio in questo vicolo
cieco può darsi si trovi il punto dove si romperà
la tradizione iniziata da Gropius, da Breuer, da
Neutra”.
Il mondo della produzione industriale è allora il
campo sul quale è messa in gioco la scommessa
sull’uomo. La tecnica, così, può essere
un’occasione per “aprire al benessere una strada
senza fine” .
Anche lo standard può rapportarsi vitalmente
alla collettività, e può essere lo strumento per
una “nuova e gigantesca unione degli uomini
in una unica fiducia”.

La semplicità disarmante del mondo illustrato da
Sottsass esterna incomprensioni, debolezze, euforie
e contraddizioni tipiche dei pensieri più complessi.
L’elementarità del linguaggio è sintomo della
capacità di sintesi di un osservatore che rifiuta il
sistema di pensiero totalizzante. Sottsass afferma
a proposito: “non credo davvero di essere mai stato
capace di sviluppare un sistema di pensiero globale”,
abbracciando così lo spirito nomade e “gentile” del
post-moderno e relegando il sistema ad un periodo
anti-umano rappresentato non tanto dalla macchina
ma dall’uomo incapace di capire la bellezza.
La bellezza, conclude Sottsass, è forse la strada
che porta l’uomo alla comunione con il cosmo e alla
libertà. E’ una strada verso la purificazione. “Se
qualche cosa ci salverà, sarà la bellezza” , una
bellezza morale e poetica, ricercata disperatamente
e senza concessioni al potere economico e tecnologico
o a nostalgie di comodo.