TESTI D'ARCHITETTURA
Recensioni

 
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Ground.EXE

Costruire il Vuoto
Edizioni Kappa, Roma
di Matteo Agnoletto

Recensione la testo di
Valentina Martino


Ground zero, la tabula rasa, la voragine scavata dalla
tragedia, il vuoto ingombrante da riempire quanto prima,
il luogo suggestivo dell’emozione, una ferita aperta al
centro del mondo.
L’11 settembre 2001 il mondo intero ha assistito
impotente in diretta al verificarsi di un evento drammatico
e improvviso, che ha stravolto gli orientamenti politici e
ha reso insicuro e vulnerabile tutto il genere umano,
segnando in maniera irrevocabile la storia e delineando
una forte crisi della modernità.
Sul piano dell’architettura questo senso di impotenza e di
incertezza ha determinato lo sconvolgimento dei modelli
linguistici fino ad oggi riconosciuti efficaci e la volontà
di produrre organismi architettonici più “sicuri” e
inattaccabili. Tutto questo condizionerà fortemente le
scelte progettuali future, le nuove costruzioni dovranno
dialogare con la necessaria esigenza di sicurezza degli
edifici: è la crisi del grattacielo, dell’edificio simbolo della
grande mela, considerato fino alla data fatidica l’immagine
emblematica di Manhattan, dei suoi forti interessi
commerciali e la perfetta fusione fra funzionalità e
imponenza autocelebrativa.
Matteo Agnoletto, autore del libro Groundzero.exe,
costruire il vuoto, che fa parte della collana “Percorsi”
edita da Kappa, propone già nel titolo un importante
interrogativo sul tema: “quale deve essere il ruolo
dell’architettura a Ground Zero? quale tecnica e quale
linguaggio potranno rispondere alle richieste del mercato
(…)? come può essere tematizzata, al contempo, la
tragedia ?”
Un’attenta analisi dei fatti, una ricerca fra eventi del
passato e teorie sull’architettura della città ritenute
fino ad oggi valide dottrine per la progettazione,
l’incertezza del presente e le intenzioni manifestate
riguardo al futuro della città; l’autore compie un
interessante viaggio attraverso la storia e i progetti
che si sono susseguiti negli ultimi quattro anni, a
partire dalle prime riflessioni espresse nei disegni per
A new World Trade Center, design proposals, raccolta
di idee voluta dal gallerista newyorkese Max Protetch
che già descrivevano liberamente lo skyline del prossimo
secolo, e passando attraverso l’enfasi del Tribute in light,
prima architettura virtuale tangibile e concreta, fino ad
arrivare al concorso ad inviti ufficiale per la ricostruzione
di Ground Zero, l’Innovative Design for Lower Manhattan.
Attraverso l’analisi di ogni singolo progetto l’autore prende
atto della nascita di un nuovo modello: l’ipergrattacielo
o grattacielo globale, un organismo totalmente
indipendente rispetto al contesto in cui è, che supera
con indifferenza la complessa logica del dualismo
globale-locale, annullandola e ritenendo importante solo
la globalità di uno spazio interno estremamente complesso
a dispetto della società locale organizzata nello spazio
esterno.
Il concorso, grande occasione per una nuova ricerca
formale nella progettazione architettonica e urbana, si
trasforma, quindi, in una sperimentazione di nuove forme
per l’ipergrattacielo come a voler ricercare nella sua
deformazione una maggiore sicurezza dell’edificio e al
tempo stesso un carattere scultoreo adatto a diventare
lo spazio della memoria. I progetti, completamente
svincolati dalla città risultano quindi essere più il frutto
di quella architettura contemporanea fatta di
spettacolarità ed eccessivo formalismo che una soluzione
reale e concreta per Ground zero.
Il libro si conclude, così, sottolineando “il vuoto teorico
dell’architettura contemporanea, (…) spaventoso quanto
l’impronta superstite delle vecchie Twin Towers per
sempre incisa sul suolo di Manhattan”