900'
Storia di storie di testi d'Architettura

 
PAR@METRO.IT
 
 
























































































































 

 

 

 

 

 

 

 


















 



Carlo Aymonino
Origini e sviluppo della città moderna
di Matteo Agnoletto

INTRODUZIONE
La storia di un libro non é mai semplice e lineare come
l’apparenza potrebbe suggerire.
Non sempre corretta può essere l’interpretazione del lettore
durante la lettura rispetto ai veri intenti dell’autore(1).
Occorre dunque inoltrarsi dentro il testo a piccoli delineando
subito il percorso analitico (strutturato in tre fasi) che si intende
seguire.
Innanzitutto spiegare che tipo di libro si sta analizzando e
di conseguenza dare il profilo dell’autore. Dopodiché, ripulita
la cornice, si può analizzare il contenuto del testo: il riassunto
del libro servirà ad individuare le tesi avanzate dall’autore.
Infine la terza ed ultima fase: capire perché è stato scritto questo
libro, a chi è indirizzato, come è stato accolto o criticato,
chi ha influenzato. Insomma, come Tafuri insegnava agli
studenti nell’ultima lezione dei suoi corsi universitari, capire
“la fortuna” del libro.

1. IL LIBRO E L’ AUTORE
Il piccolo pamphlet (2) di Aymonino si struttura in un’introduzione
e otto capitoli, per un totale di centoventiquattro pagine.
Una prima edizione compare nel settembre del 1965 per i tipi di
Marsilio. Una seconda edizione rinnovata, edita sempre da Marsilio
esce nel gennaio del 1971. Successive riedizioni non introdurranno
modifiche. In realtà le tesi esposte furono in parte già presentate
in una relazione tenuta al convegno I comunisti e la grande città
del 10 marzo 1963, poi pubblicata nel 1964 su Critica Marxista n.2.
Nelle pagine che seguiranno si farà però riferimento alla dodicesima
edizione del marzo 1993, del tutto simile alle precedenti e i numeri
tra parentesi indicheranno le pagine di quest’ultima edizione.
Le vicende che consentono di individuare le motivazioni che hanno
spinto Aymonino a scrivere questo saggio sono molteplici.
Certamente l’impegno di un intellettuale per dare il proprio contributo
alla crisi della disciplina urbanistica in quegli anni (3).
A partire dalla metà degli anni ‘50, architetti ed urbanisti cominciano
ad interrogarsi sugli esiti della ricostruzione post-bellica.
Ripercorrendo la storia, si tenta di cogliere il momento ed i luoghi
dove i progetti si separano dai loro esiti. A questo sfondo appartiene
anche il lavoro di Aymonino. Più verosimilmente si vuole rispondere
ad altri testi, che, affrontando le stesse tematiche, non sono condivisi.
Sicuramente Aymonino vuole controbattere le tesi avanzate da
Leonardo Benevolo in Le origini dell’urbanistica moderna
(Laterza, Bari 1963). A questo proposito afferma: “il rapporto
urbanistica-politica non può essere interpretato come un rapporto
meccanico e univoco, secondo quanto sostiene Benevolo” (p.101) (4).
Subito dopo si delinea una ulteriore ragione per spiegare questo
saggio: “parte dell’attuale smarrimento o sospetta non-utilità della
prassi urbanistica deriva infatti... dal non aver chiarito i termini
disciplinari intrinseci e di essere stata disponibile... alle più diverse
richieste del potere” (p.102).
Si necessita dunque una risposta immediata alle tesi di Benevolo ed è
indispensabile fare chiarezza all’interno del dibattito contemporaneo
sul rapporto tra urbanistica e società. Tra i tanti possibili piani di lettura
del libro è da questo punto di vista, come risposta a Benevolo,
che si leggerà il saggio di Aymonino. Come conseguenza, ne scaturirà
un nuovo contributo alla disciplina, che si rivela ancora oggi di
grandissima attualità.

2. STRUTTURA DEL TESTO
I punti salienti contenuti dentro il libro emergono sin dall’introduzione,
tant’è che si può intenderla come lo sfondo nel quale Aymonino colloca
i personaggi del suo racconto urbanistico5. A partire “da dati di fatto
reali” (p.15) è possibile “assistere in Italia a un rinnovato interesse
per i problemi urbani” (p.15), per cui si può a ragione parlare di
“fenomeni in atto” (p.15), “nuovi” (p.16) e “diversi” (p.16).
Tutto ciò porta Aymonino ad iniziare il suo studio sui fenomeni di
natura urbana nelle città, partendo dai secoli XVIII e XIX. Si tratta
di analizzare la nascita e lo sviluppo della città industriale. Si deve
procedere in questa direzione perché “la reinvenzione della città
contemporanea parte da un giudizio critico, non astratto, sulla
formazione della città moderna, cioè di quella industriale di circa
due secoli fa” (p.118). Lo studio di Aymonino ha intenti di natura
progettuale, essendo lui un architetto attivamente impegnato.
L’analisi urbana è posta quale fondamento di una teoria dell’architettura
con la quale intervenire per risolvere i problemi dell’urbanistica e
della città contemporanea. Questo iter analitico permette di spiegare
i due temi di fondo contenuti nel presente saggio ed esplicitati,
come detto, già nell’introduzione:

a) “lo spostamento nel tempo delle origini” (p.17) dell’architettura
moderna, per cui “è necessario un faticoso lavoro di riesame delle
origini dei problemi attuali” (p.19);
b) individuazione di una teoria urbana per analizzare ed intervenire
sulla città.

Se anche per l’urbanistica é possibile riconoscere un apparato teorico,
è proprio con questo insieme di regole che bisogna intervenire sulle
problematiche urbane e, non come “le conclusioni dello studio di
Leonardo Benevolo” (p.18) affermano, ricercando un rapporto
dell’urbanistica con la politica. Dopo tale premessa, si può dare inizio
al racconto, che partendo da un capitolo di natura storico-critica,
La formazione della città industriale, si concluderà col tentativo di
dare risposte a una serie di Problemi aperti (come recita il titolo
dell’ultimo capitolo). “E’ nel campo dei fenomeni urbani che tenterò
di individuare alcune origini della città contemporanea, di analizzarne
le trasformazioni più salienti ai fini dell’assetto attuale e di prefigurare...
alcune ipotesi per il futuro” (p.21).
Nell’incipit del libro, Aymonino chiarisce nuovamente6 la tesi di fondo
da dimostrare.
Per capire le cause generatrici delle contraddizioni interne alla città
e alla società, bisogna risalire alla formazione della città industriale,
cercando di metterne a fuoco gli sviluppi7. La città industriale nasce
in coincidenza del passaggio dalla città mercantile-nobiliare alla città
borghese-capitalista. Questa trasformazione si configura per
Aymonino in due fasi di sviluppo: inizialmente sono i processi di
disintegrazione rurale, accentuati da una nuova struttura dei percorsi,
a determinare una netta separazione tra città e campagna e,
all’interno della prima, tra centro e periferia.

Sarà la ricerca di una nuova teorizzazione su “un rapporto diverso
tra città e campagna” (p.22) il “contributo urbanistico” (p.22) del
socialismo scientifico, dal quale partono le tesi di fondo di Aymonino,
destinate a modificare queste anomalie della città borghese-industriale.
La città borghese8 infatti se da un lato struttura e rinnova i collegamenti
“tra la propria residenza e i luoghi di lavoro, di affari o di svago” (p.28)
dall’altro “ignora... ampie parti... destinate... all’alloggio della classe
operaia” (p.28).
La città borghese inoltre “non ha confini prestabiliti... ed è quindi
indefinita” (p.30), viene a configurarsi come un agglomerato informale,
costituito da centro e periferia tenuti insieme in maniera contraddittoria
da “taluni percorsi” (p.30).
Chiaro esempio di questa disintegrazione del tessuto urbano sono gli
interventi londinesi di John Nash: il progetto della Regent Street stabilisce
una “netta separazione tra le vie e le piazze abitate dalla nobiltà e dalla
borghesia e i vicoli e le casette occupate dagli operai e dai lavoratori” (p.30).
I percorsi e la continuità stradale sono quindi strumenti usati dalla
borghesia “per ignorare le zone subalterne” (p.31).
La seconda fase di sviluppo della città industriale coincide con “i modi di
organizzazione della grande industria” (p.35). L’innovazione tecnologica,
immediata conseguenza della rivoluzione industriale, garantiva all’industria
capitalistica di collocarsi sul territorio in maniera indipendente dalle risorse
naturali, avviando così un processo irreversibile di trasformazione continua
della campagna in città industriale. Non solo: le rinnovate necessità di
scambio e di consumo “hanno bisogno di una localizzazione precisa...
il centro della città” (p.36). Entrando dentro la città, l’industria è causa
principale dello “sviluppo della città per brani” (p.36), distinta cioè
in parti funzionali, spesso disgregte e antagonistiche.

A questo punto ci si deve fermare nella lettura del libro e tracciare
un primo bilancio: constatati i mali (9) (e le cause che li hanno generati)
della città industriale, Aymonino delinea la sua sequenza del peggioramento,
che ha trasformato la città in metropoli, distruggendone “la forma
precedente ma senza individuarne una nuova” (p.46).
Occorre vedere quali sono stati i tentativi e come essi si sono
strutturati per migliorare la città, al fine di interpretarla “come
un insieme unitario” (p.69).

Riprendendo la lettura del testo dal capitolo L’apporto del socialismo
scientifico (p.49), si delinea la sequenza del miglioramento proposta
da Aymonino, vista come contributo al dibattito sulle origini
della città moderna. I ragionamenti di Marx ed Engels sui temi del
socialismo scientifico, in particolare sull’abolizione della proprietà
privata del suolo come premessa a un intervento coerente dello
Stato, sono fondamentali: sia perché “pongono... l’urbanistica
moderna di fronte ai compiti reali” (p.49), sia perché predispongono
“gli strumenti e le immagini per una nuova forma urbana” (p.49).
Proprio nella crisi del 1848, l’urbanistica moderna conquista così
quella “autonomia disciplinare... che, se indirettamente ha e avrà
sempre dei riferimenti concreti alla storia politica, nondimeno non
può confondersi con essa” (p.49). Questa linea teorica ha anche
“il pregio di stabilire... l’abolizione concreta dell’antitesi fra città
e campagna” (p.50), non più entrambe autosufficienti, ma da
integrare strutturalmente. Questa abolizione dei due poli opposti
generati dagli interventi della borghesia e dagli sviluppi connessi
alla rivoluzione industriale si collega all’altro contributo da ascrivere
al merito di Engels e precisamente la chiarezza con cui risolve le
problematiche legate alla questione delle abitazioni: tutti gli alloggi,
non solo quindi quelli operai, vanno messi “in discussione e nel
bilancio delle trasformazioni da compiere” (p.51). Affrontando così
il problema “nella sua totalità” (p.50), la città è pensata come un
insieme unitario e non più divisa in settori autonomi ed autosufficienti
da sistemare attraverso riforme parziali. Solo in questo modo si può
auspicare l’abolizione fra centro e periferia.
Sono così queste idee innovatrici a garantire la possibilità di veder
nascere una città nuova, “diversa” (p.71) e per questo moderna.
Ma per dare inizio a tale meccanismo é necessario attuare
“il recupero della città inesistente” (p.56) e “subalterna” (p.70),
coincidente con la residenza della classe operaia, risolvendone
“le mancanze che... la classe al potere non è stata in grado di
realizzare” (p.57).
Tra i tentativi più riusciti, Aymonino richiama inizialmente il progetto
del 1917 della città industriale di Tony Garnier, dove di fatto l’autore
ricorre a “un socialismo di transizione come premessa a un progetto
integrale di città diversa” (p.60). Gli interventi dell’amministrazione
socialista di Vienna, compiuti tra il 1919 e il 1929, sono un altro
significativo modo di intervenire sulla città, risolvendo “dei problemi
architettonici concreti entro un programma generale” (p.62).
E’ però nell’Unione Sovietica che bisogna ricercare le più concrete
applicazioni di quelle ipotesi del socialismo scientifico, prima esposte,
sulla discussione “di un rapporto diverso tra città e campagna” (p.66).
Attraverso “il recupero di tutta la città” (p.71) è allora possibile
“premettere una strutturazione e una raffigurazione adeguate alla
nuova società” (p.71): le proposte della città lineare, il sistema regionale
o la città a grappolo di Ernst May identificano la città sovietica,
prototipo di quella socialista, dove il nuovo rapporto creatosi tra
centro e periferia o tra città e campagna, cancella la città speculativa.
Anche in alcuni contributi post-bellici, nonostante la città
capitalistico-borghese accentui “la propria caratterizzazione in città
speculativa” (p.77) si riscontrano segnali di importanti mutamenti nel
progetto della città moderna, auspicanti la nascita della città socialista.
La speranza di veder attuate nel tempo presente le necessarie mutazioni
all’interno del tessuto della città, rieccheggiano in queste parole di
Aymonino: “nell’attuale realtà distorta di dimensioni nuove possiamo
tuttavia intravvedere una possibilità più vasta di trasformazione sociale,
a condizione di... abolire uno dei due termini del contrasto città-campagna,
centro-periferia” (p. 91).

Concludendo, si può riassumere la sequenza di miglioramento, riscontrabile
principalmente nelle vicende sovietiche, delineata da Aymonino per
salvare la città:
- 1920 Elettrificazione della campagna
- 1928 /1933 Collettivizzazione delle campagne
- Eliminazione della città speculativa
- 1950 Contributo di altri Stati socialisti
- Nascita della città socialista


3. LA FORTUNA DEL LIBRO
Negli ultimi due capitoli, La situazione italiana e Problemi aperti,
Aymonino tenta “di individuare i principali problemi che emergono
nella situazione italiana, e le possibili ipotesi teoriche sullo sviluppo
futuro delle città” (p.93). A partire dalla teoria enunciata è possibile
certamente un’analisi di questo genere, che cerchi di intervenire
per attuare una “concezione nuova della città” (p.98). Alla luce di
tutto ciò, grava però un dato di fatto storico che rischia di far
crollare il ragionamento di Aymonino: lo schema della sequenza del
miglioramento rimane del tutto incompiuto. Ancora oggi è riscontrabile
la mancata realizzazione della città socialista. Non solo: uno dei
cardini del teorema di Aymonino è la ricerca di una forma compiuta,
unitaria e definita della città contemporanea. Se a questa lettura però
vengono contrapposte le tesi sulla “città diffusa” (o campagna urbanizzata),
l’impalcatura di tale assunto regge o crolla immediatamente?
Certamente non è facile rispondere. Anche perché per quanto riguarda
la città diffusa, non esiste una verifica scientifica di essa e si potrebbe
allora controbattere affermando che si tratta semplicemente di una
costruzione forzata di un’immagine alternativa della città.
E’ possibile comunque ascrivere ad essa alcune caratteristiche, che,
se assunte come reali, si contrappongono completamente alla
“città socialista” di Aymonino.
La “città diffusa” sarebbe una conseguenza della dispersione dei fatti
urbani avvenuta lungo tutto questo secolo. La sua configurazione
è identificabile non più attraverso una città caratterizzata da una
forma complessiva, unitaria ed organica, ma come un insieme di
frammenti (10), apparentemente concatenati da un sistema privo di
regole. La “città diffusa” è vista quindi come il risultato della frattura
tra la precedente città, luogo della concentrazione e quella attuale,
luogo della dispersione.
Tutto ciò si traduce nell’assenza di forma nella “città diffusa”.
Con ciò, la metodologia proposta non perde di validità almeno per
una sostanziale ragione: a salvare il saggio di Aymonino vi è sicuramente
la volontà di sostenere la ricerca architettonica a partire da una ricerca
concreta per arrivare ad una teoria architettonica, basata sull’analisi
dei fatti urbani e più in particolare “sui rapporti tra la morfologia
urbana e la tipologia edilizia” (p.103) per “delineare... un modello
alternativo (forma urbana)” (p.114). Teoria, d’altronde che ha
influenzato non solo l’opera successiva di Aymonino, ma anche quella
di altri architetti. Le tesi qui avanzate, condivise o meno, hanno
aperto la strada a diversi architetti almeno per i due decenni
successivi, sia nella stesura di altri testi di teoria dell’architettura,
finalizzati all’individuazione di una grammatica e di una sintassi per
la costruzione della città contemporanea11, sia in ambito progettuale.
La formazione del Gruppo Architettura a Venezia, istituito appositamente
per rendere operative quelle idee sulla scienza urbana, rimane ancora
oggi un momento insuperato per i risultati ottenuti. Il successo di
quell’esperienza è confermato dai riconoscimenti internazionali ottenuti
e dalla loro consacrazione nelle storie dell’architettura. Naturalmente
anche l’attività stessa di Aymonino rimarrà sempre legata a questo libro.
In particolare le ricerche svolte negli anni settanta in ambito universitario,
sono significative al riguardo. Se si considerano i successivi scritti di
Aymonino (12), si noterà come le tematiche qui presentate per la prima
volta, saranno riprese, approfondite e poi verificate su esempi reali.
Ancora oggi, la sua architettura, liberata in superficie dalle valenze
stilistiche, può essere letta alla luce di questa teoria dell’analisi urbana.
Soprattutto preme osservare che, se è vero che il dibattito sull’architettura
ha perso il suo centro13, la tendenza avviata da Aymonino potrebbe
essere una sorta di salvagente o di ancora di salvezza: più che nella forma,
certamente nei contenuti. La consapevolezza della coerenza di
un metodo o della sua giustificazione (analitica o scientifica che sia)
deve far riflettere: appoggiare e sostenere un metodo con fondamenti
teorici può generare una migliore presa di conoscenza dei modi di far
architettura, giustificando così certe scelte, spesso lasciate a semplicistiche
e banali motivazioni estetiche personali e di gusto, ricavate dall’ultima
rivista o dall’ultima monografia di chissà quale maestro dell’architettura
contemporanea. Un messaggio ulteriore del libro, leggibile in particolare
nell’ultimo capitolo, è la sorta di testamento che vuole trasmettere,
spiegando il proprio metodo di fare il progetto d’architettura,
“la revisione critica delle conquiste e dei risultati del movimento moderno
in architettura, in particolare dell’esperienza europea, è oggi necessaria
per individuare gli elementi di progresso e quelli di conservazione” (p.107).
Se, assieme a ciò, analizziamo i molti progetti di Aymonino, soprattutto
quelli immediatamente successivi al libro, non solo si riscontra ancora
una volta una risposta alle domande su quale è oggi il ruolo
dell’architettura (o dell’urbanistica) dentro la società, ma si ha anche
un esempio dell’applicazione di una metodologia operativa basata sui
principi dell’“organizzazione di progetti architettonici a molteplici
destinazioni d’uso” (p.124): “in questo senso gli studi sulla forma della
città e soprattutto sui rapporti tra la morfologia urbana e la tipologia
edilizia non sono alternativi agli studi economici o di pianificazione” (p.103).

NOTE
1. Si veda a questo riguardo U. Eco, Interpretazione e sovrainterpretazione, a cura di S. Collini,
Bompiani, Milano 1995.
2. Nella stesura di questa saggio si è fatto riferimento diretto al contenuto dell’articolo di
B. Secchi, Leonardo Benevolo, Le origini dell’urbanistica moderna, in Urbanistica, n.107,
luglio-dicembre 1996, pag.172-79. L’autore spiega le relazioni tra il libro di Benevolo e quello
di Aymonino, scaturito come “polemica” alle tesi benevoliane. In seguito non si riporteranno le
note che fanno riferimento a questo articolo.
3. Su questo tema la letteratura è sterminata. Si può ritenere come una costante, sempre
presente sia nella teoria che nella prassi urbanistica, il tentativo di risolvere questa crisi.
Riguardo a ciò si possono ricordare: L. Piccinato, Demani delle aree e rilotizzazione particellare
a base della tecnica urbanistica, in Urbanistica ed edilizia in Italia, Roma 1948; G. Astengo,
Urbanistica assente, in Urbanistica, n.3, 1950; E. Silva, Le aree urbane e la realizzazione dei
piani, in Urbanistica, n. 4, 1950.
4. Sul tema dei rapporti tra urbanistica e politica si vedano anche i seguenti articoli: G.C.Argan,
Urbanistica e architettura, in “Le arti”, 1938 e C.L. Ragghianti, Nota sull’urbanistica, in
Casabella-Costruzioni, n.166, ottobre 1941.
5. Si veda al riguardo: B. Secchi, Il racconto urbanistico, Einaudi, Torino 1984.
6. E’ opportuno ricordare che Aymonino riscrive l’introduzione solo nella seconda edizione
rinnovata del 1971. Si spiega così la stretta relazione tra la nuova introduzione e l’incipit, già
presente nella prima edizione.
7. Bisogna puntualizzare come le scelte di Aymonino di far iniziare un saggio sulle origini
dell’urbanistica moderna con la formazione della città industriale o dell’urbanistica dell’800
rientrino in un contesto di opinioni largamente accettato e comune in quel periodo, diffuso tra
gli studiosi della materia. In particolare mi riferisco, oltre naturalmente al libro di Benevolo, a:
L. Mumford, The City in the History, Secker and Warburg, London 1961, trad. it. Comunità,
Milano 1963; G. Samonà, L’urbanistica e l’avvenire delle città negli Stati europei, Laterza,
Bari 1959; S. Giedion, Space, Time and Architecture, Harvard University Press, Cambridge,
Mass 1954, trad. it. Hoepli, Milano 1964. Sono le ipotesi sulla natura delle origini che, come
vedremo, si discostano da alcuni di questi studi precedenti.
8. Aymonino nella nota 16, riporta un passo di Engels sulla città di Manchester, come esempio
di questo disgregarsi delle parti dentro la città borghese, destinata a spezzarsi in centri autonomi,
privi di relazioni strutturali, formali e sociali.
9. Sulle cause generatrici la nascita e la formazione della città industriale è interessante notare
come Aymonino individui ragioni di natura architettonica (il sistema dei percorsi) e, diciamo,
territoriale (la localizzazione delle industrie). Diversamente fa Benevolo, che invece si sofferma
su molteplici sviluppi, legati tutti alla letteratura tradizionale sulla rivoluzione industriale
(aumento della popolazione, il lavoro artigianale a domicilio, il progresso tecnologico, la nascita
dell’economia classica, ecc..).
10. Una teorizzazione sulla città costruita per frammenti è avanzata in: C. Rowe e F. Koetter
Collage City , The MIT Press, Cambridge, Mass 1981, trad. it. Il Saggiatore, Milano 1981.
11. Di questa ampia letteratura basti ricordare: A. Rossi, L’architettura della città, Marsilio,
Padova 1966 e V. Gregotti, Il territorio dell’Architettura, Feltrinelli, Milano 1966.
12. E’ opportuno richiamare quei testi scritti dallo stesso Aymonino, spesso in collaborazione con
altri autori, nati in seguito alle tesi qui esposte e che spiegano l’applicazione dell’analisi dei fenomeni
urbani: Rapporti tra la morfologia urbana e la tipologia edilizia, edizioni CLUVA, Venezia 1966;
La città di Padova, edizioni Officina, Roma 1970; Il significato delle città, Laterza, Bari 1975;
Le capitali del XIX secolo. Parigi e Vienna, edizioni Officina, Roma 1975; Lo studio dei fenomeni
urbani, edizioni Officina, Roma 1977.
13. M. Scolari, Ciò che si perde, in Casabella, luglio-agosto 1983, n. 493.

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Riccardo Pellegrino